Italia, crisi senza fine: in 5 anni chiusi 267.000 negozi

La crisi del mercato italiano ha colpito soprattutto le piccole e le medie imprese, che sono state letteralmente decimate.

Tra il 2011 ed il 2016, ci sono state ben 267mila chiusure, in media 122 al giorno. A lanciare l’allarme è Confesercenti in occasione dell’assemblea annuale.

Fa eccezione il commercio in franchising, che trova affermazione nella grande distribuzione ma anche e soprattutto tra i piccoli commercianti.

E che ha realizzato un fatturato complessivo che nel 2016 si attesta a oltre 24 miliardi di euro, registrando una crescita del +0,5% rispetto all’anno precedente.

Il settore conta infatti ben 54 mila punti vendita (circa il 6,6% del totale delle imprese commerciali in sede fissa censite dal Ministero dello Sviluppo Economico) e offrendo lavoro a circa 200mila addetti.


È di Amazon la colpa della chiusura dei negozi?

Non ancora (lo dicono i dati)


AMAZON E-COMMERCE

Ecommerce in crescita ma ancora marginale

Ma è davvero così? E quali sono le dimensioni di questo nuovo fenomeno? Secondo i dati dell'Osservatorio eCommerce B2c Netcomm Politecnico di Milano, l'eCommerce in Italia è sì un mercato in crescita, ma ancora emergente, con una penetrazione nel totale retail pari al 5,7%. Nei Paesi dove l’eCommerce B2c è più maturo – Cina, Corea, Francia, Germania, Giappone, UK e USA – la penetrazione sul totale retail è intorno al 15%-20%, ossia fino a 4 volte superiore rispetto a quella registrata in Italia. Nello specifico:

• Nel 2017 l’eCommerce in Italia (si intendono gli acquisti online degli italiani) ha toccato i 23,6 miliardi (+17% rispetto al 2016). Il valore degli acquisti dei prodotti ha superato per la prima volta quello dei servizi.

• Il mercato legato ai prodotti raggiunge i 12,2 miliardi di euro (52% del totale), grazie principalmente alla crescita di Informatica ed Elettronica (+28%), Abbigliamento (+28%), Food & Grocery (+43%) e Arredamento e home living (+31%).

• Il Turismo rimane il primo settore per valore (9,2 miliardi di euro, +7%).

Confesercenti e Confindustria: non è colpa dell’online

Per le associazioni di categoria Confcommercio e Confesercenti affermare che la chiusura del commercio al dettaglio sia dovuta all’eCommerce è errato.

“E’ difficile stabilire quali siano i motivi che portano ad abbassare la saracinesca”, spiega all’Agi Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti.

“Qual è la causa principale? Sicuramente non le vendite online ma un insieme di concause in cui la diminuzione dei consumi interni fa la parte del leone.

Poi ci sono il cambio abitudini dei consumatori, che hanno ridotto la quota destinata alle spese di abbigliamento che si è attestata nel 2016 al 4,7%: quasi un terzo del 13,6% registrato nel 1992, e che ci poneva – assieme al Giappone – al vertice della classifica mondiale”.

Su tutto hanno influito anche le nuove metodologie, il fatto che alcuni commercianti non hanno saputo adeguarsi al cambio di passo e le liberalizzazioni, in particolare le aperture della domenica che hanno spostato quote di mercato dai piccoli ai grandi”.

Un negozio di abbigliamento, dunque, molto probabilmente chiuderà per la concorrenza posta dalle grandi catene internazionali low-cost come Zara.

“Difficilmente però la crisi sarà dovuta all’eCommerce la cui porzione di mercato è ancora troppo piccola”. Semmai è vero il contrario: secondo i dati di Confesercenti “il 18,7 % delle imprese del commercio ha aperto anche un canale di vendite online”. In particolare “nel 2017 le imprese attive esclusivamente (senza negozio fisico) nel commercio di prodotti via internet sono state 17.925, l’8,4% in più rispetto al 2016”.

Fonte Today e Agi economia

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